I – Il diritto di non leggere


Claudio Giunta, professore all’Università degli studi di Trento, ha scritto un articolo, sull’edizione domenicale de “Il sole 24 ore” del primo marzo, molto critico. La questione è presto detta: non apprezza l’iniziativa #ioleggoperchè, soprattutto per il coinvolgimento di alcune Università che concedono crediti formativi (che possono essere utilizzati al posto di esami o parti di essi) agli studenti che vi partecipano attivamente.
Premesso che effettivamente è un po’ forzata l’attribuzione di crediti formativi per aderire a tale iniziativa e considerato che lo studente universitario dovrebbe mantenere un profilo alto per raggiungere la preparazione migliore, la sua visione della figura del lettore mi permetto, invece, di criticarla. È facile e accettabile (?) trattare con sufficienza le letture altrui quando le proprie hanno raggiunto vette elevatissime, come certamente è per il professor Giunta. Diverso è non comprendere la necessità di raggiungere tali vette un passo per volta, passando anche per libri semplici. Forse molti non avanzeranno che di pochissimo le proprie competenze linguistiche e letterarie. Eppure quel poco può essere fondamentale. Personalmente non potrei aiutare nessuno con la Biblioterapia che non fosse almeno minimamente interessato ai libri. Non di rado mi capita di dovermi modulare su testi di modesto valore. Eppure anch’essi sono essenziali per il mio lavoro. E sono indispensabili per indicare a molti la via lastricata di libri prestigiosi che potrebbero decidere di leggere. Eppure Claudio Giunta ha ragione: nessuno può essere obbligato a leggere. Non leggere è un diritto. Forzare alla lettura è impossibile. Ma non ho dubbi che per tutti gli operatori culturali invogliare alla lettura sia un dovere.

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