Faccio salti altissimi (9)

Faccio salti altissimi (9)

07/05/2018 Consigli di lettura 4
Il libro di Iacopo Melio è difficilmente classificabile. Potrebbe sembrare un’autobiografia. All’inizio l’ho trovato simile a Il vizio di vivere di Rosanna Benzi o a Cosa ti manca per essere felice di Simona Atzori, autobiografie ricche di spunti di riflessione. Ma Faccio salti altissimi è qualcosa di diverso perché, se è vero che Melio parla di sé, è altrettanto vero che tratta non solo svariati temi riguardanti la disabilità, ma anche l’etica sociale, l’equità, le relazioni umane e i sentimenti, avvicinandolo alla saggistica. Ma neppure questo è il modo giusto per catalogarlo. Forse Iacopo Melio, odiando le etichette, ha inserito appositamente un ingrediente per allontanare il suo libro da ogni categorizzazione: l’ironia. Il libro si legge velocemente, si hanno tanti spunti per riflettere e si fanno anche delle grasse risate. Frequentando da diversi anni le zone umbro-toscane, ho particolarmente apprezzato alcune incursioni linguistiche dialettali e un senso dell’umorismo suo personale, ma anche locale. Forse è per questo che leggendo mi sono affezionato alla “mi mamma” che certamente, insieme a babbo Claudio, ha contribuito sostanzialmente al successo del giovane autore.
Consiglierei questo libro a tutti i ragazzi che frequentano i primi anni della scuola superiore per aiutarli a costruirsi una coscienza civica, sociale e politica attraverso un testo preciso, ma divertente. E a noi adulti servirebbe leggerlo per non scordare l’importanza degli ideali, che troppo spesso perdiamo per strada.

4 risposte

  1. Francesca ha detto:

    Da poco più di un anno ho perso la mia prima figlia. È morta a 13 anni in soli tre giorni dalla diagnosi di leucemia. Da allora sto facendo un percorso psicologico per poter affrontare questo terribile lutto e tornare a vivere (e non a non sopravvivere). Cosa centra con questo libro? Tantissimo!! Perché anch’io da allora mi sento, a modo mio, disabile..una disabilità che non si vede, ma c’è perché sono stata mutilata improvvisamente di una parte di me, del mio essere madre e del significato che fino a quel momento aveva la mia vita. E allora mi ritrovo in Iacopo nel riflettere sul significato di disabilità. Cos’è la disabilità o la normalità? Siamo tutti disabili secondo me, oppure, per rovesciare la prospettiva senza modificarne la sostanza, non lo è nessuno..siamo semplicemente diversi, con le nostre fragilità. Inoltre anch’io ho patito lo sguardo degli altri.. Sono diventata mio malgrado la diversa, quella a cui è morta una figlia…Questa etichetta talvolta arriva prima di me, della mia persona. Ci sono persone capaci di starmi vicino (e quanto bene mi fanno!!) E altre di cui percepisco il disagio anche solo di incontrarmi per caso, la fatica e l’incapacità di relazionarsi con me dopo l’accaduto. Per cui anch’io sto imparando a “semplificare le cose” agli altri, cercando di non anteporre il mio lutto alla mia persona, ma di “mostrare ciò che penso e faccio, nel modo più spontaneo possibile, mostrando le carte” per far capire che una possibilità di relazione c’è ed è quella che salva e cura, anche le ferite più profonde. Infine ho scoperto quanto sia difficile parlare di morte. È un argomento tabù, che non si deve affrontare; la morte va negata! Così chi ne ha esperienza si sente, non solo diverso, ma perfino solo ed è nella sua solitudine che deve farne i conti. Credo, invece, che sia non solo possibile, ma soprattutto utile (oserei dire necessario) parlare della morte perchè, come la disabilità, nessuno la desidera, ma non preclude la possibilità di essere felici. Se riuscissimo a trasmettere la speranza che la morte non sia un evento catastrofico che trascina via tutto con sé, ma, nonostante essa e il suo essere inevitabile, si possa comunque continuare a vivere una vita bella, anzi, proprio grazie al fatto di prenderne coscienza, perfino più intensa, arriveremmo ad averne meno paura e a vivere meglio. E la modalità ironica e scherzosa per affrontare la morte è quella giusta, perché nessuno vuole piangersi addosso e cadere nel pietismo, ma renderla più leggera e “normale” (passatemi il termine😅)…questo sì!

    • Marco Dalla Valle ha detto:

      Carissima Francesca, le belle parole che hai scritto sono uno splendido regalo per chi le saprà leggere nel loro significato profondo: grazie!! Quanto è vero che nessuno vuole parlare della morte! Lo constato continuamente nel mio lavoro di infermiere, ma anche nella vita di tutti i giorni. E quanto è vero che ognuno è in qualche modo disabile. Ma cos’è davvero la disabilità? E’ così triste che le peculiarità delle persone debbano essere etichettate come qualcosa di anormale anziché condividerle! Ti è mai capitato di parlare di un tuo malanno e sentirti meglio quando un largo numero di persone intorno a te, abbassando la guardia, confessano di averlo anche loro? Abbiamo paura di ascoltare le persone. Ascoltare è accogliere l’altro. E accogliere non è più di moda. Il mondo che mi piacerebbe vivere è quello in cui ognuno possa parlare liberamente di sé, senza mettere maschere, lasciando che le fragilità possano affiorare senza il timore dei giudizi. La normalità è la maschera più pericolosa. Si rischia di non essere più in grado di toglierla e di non avere più la delicatezza e la forza di parlare dicendo semplicemente “mi dispiace per quello che ti è capitato” e poi proseguire a discutere di molto altro. Permettimi di cominciare con il mio “mi dispiace” così quando ci conosceremo la cosa più importante sarà stata detta e ci sarà così spazio per parlare di tutto ciò che desidereremo e dei tanti libri che ho intenzione di proporvi.
      Questo di Iacopo Melio è il primo testo che ho scelto per voi perché io sono un infermiere, un padre e un biblioterapista in virtù della mia prima esperienza di vita come volontario in un’associazione per portatori d’handicap psico-fisici. Senza quell’esperienza non avrei potuto essere nessuna di queste tre cose. Ho iniziato a sedici anni e l’ho portata avanti fino ai 21. E’ stata una scuola di vita che ancora oggi m’accompagna. In “Faccio salti altissimi” ho trovato tutto quello che ho vissuto allora, inclusa quell’ironia che Iacopo sa dosare così bene. Un esempio? L’ultimo capitolo s’intitola “Tette, tette, tette”. E’la sezione dei ringraziamenti finali. Secondo lui nessuno li legge mai e quindi ha deciso di catturare l’attenzione così: un genio toscanaccio e splendido giovane impertinente! L’ironia ci salverà? Certo, assieme a tanti libri. Per me sono essenziali anche per trovare la giusta dose di humor. E la giusta dose di leggerezza. Perché se per molti i libri sono pesanti, per molti altri sono un mezzo per volare. E ti garantisco che con quello giusto volare si può davvero.
      Conto di poterti conoscere presto di persona all'”aeroporto” della Biblioteca di Villafranca.

  2. Eva ha detto:

    Ciao Marco, ho letto speditamente questo libro, ho sottolineato tante e tante righe…
    Ho sempre pensato, con malcelata immodestia, di essere una persona cortese, accogliente, schietta, non legata a pregiudizi o a stereotipi, sempre in apertura verso…, citando Iacopo “orgogliosa e fiera del contenuto” (anche se refrattaria a riflettere sull’ingombrante confezione).
    Ma io… che lettera sono?
    La lettura di questo libro mi ha sorpresa a riflettere tanto su alcuni aspetti a cui non avevo davvero pensato; con le parole di Iacopo, di Francesca e tue, sono innumerevoli le riflessioni che frullano in testa.
    Libro da leggere, da leggere sicuramente: per ragazzi, adulti, sensibili, insensibili, empatici, indifferenti, musoni, sorridenti, riservati, estroversi… e le parole: accompagnare, storia, sincerità, accoglienza, abbraccio, sorriso… Ironico, Intelligente, Immediato… Iacopo con la I!
    Grazie Iacopo, grazie Francesca, grazie Marco

    • Marco Dalla Valle ha detto:

      Cara Eva,
      le suggestioni sono davvero incredibili per chi le sa leggere. C’è da dire che i libri entrano in contatto con noi nella misura in cui glielo permettiamo. Lo stesso libro è diverso per ogni lettore. Se Iacopo Melio ha saputo dirti così tante cose è perché sei una lettrice disposta ad accogliere ciò che ha da dire.

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