Odio i refusi! Eppure…

“Non imorpta in che oridne apapaino le letetre in una paolra, l’uinca csoa imnorptate è che la pimra e la ulimta letetra sinao nel ptoso gituso. Il riustlato può serbmare mloto cnofuso e noonstatne ttuto si può legerge sezna mloti prleobmi. Qesuto si dvee al ftato che la mtene uanma non lgege ongi letetra una ad una, ma la paolra nel suo isineme. cuorsio, no?”

Tutto interessante, tutto bello, ma quando oggi mi sono accorto che per giorni il volantino per la presentazione del mio libro conteneva un refuso da paura senza che nessuno se ne accorgesse (o solo pochi che, ahimè, non me l’hanno fatto notare), mi sono posto delle domande. La risposta sta nella capacità del cervello di poter leggere considerando la prima e l’ultima lettera come base di comprensione. L’interesse dell’argomento nell’ambito delle neuroscienze è enorme. Ma per chi scrive? Lo è altrettanto. Il lavoro del correttore di bozze è proprio quello di cercare di individuare questi refusi. Io che lavoro per più tempo su un unico testo ad un certo punto non sono più in grado di individuare non solo le inversioni di lettere, ma anche gli errori di sintassi e addirittura alcune ripetizioni di parole. Lo sanno bene anche coloro che devono redigere una tesi di laurea. Mesi e mesi di lavoro, con una scadenza da rispettare. Il lavoro viene svolto accuratamente, ma ad un certo punto tutto sembra a posto. Eppure la sensazione che qualcosa non vada rimane sempre presente. E quando si consegna la bozza, lo si fa a malincuore, timorosi che rimarranno impresso per sempre gli errori non visti, ma che si intuisce ci siano.

Ora la locandina è corretta, ma chissà quante ne girano in rete di copie sbagliate. Che fare? Aspettare che arrivi sabato per togliersi il pensiero e la locandina non vederla più.

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