Dialogo sulla lettura in cercere

Dialogo sulla lettura in cercere

21/10/2020 Non più di mezz'ora 2

 

Torna con me a Non più di mezz’ora Giulia De Rocco con cui dialogherò sull’importanza della lettura in carcere.

Gli avvenimenti di questo ultimo anno sono ricchi di spunti per trattare l’argomento: dal giustizialismo negli Stati Uniti, alla sentenza Cucchi, fino agli avvenimenti più recenti in cui ci si chiede se certi criminali potrebbero davvero trovare beneficio in uno strumenti come la lettura.
Devo dire che mi piacerebbe parlare anche dei libri che possono illuminarci su tutte queste cose, perché è così difficile talvolta capire cosa sia giusto e cosa non lo sia da farci rischiare di chiuderci in noi stessi per non essere sovrastati dalla confusione. Invece, la questione della riabilitazione carceraria dovrebbe essere considerata lo strumento necessario per evitare che, una volta scontata la pena, le persone tornino a compiere crimini perché nessuno gli ha insegnato che si può vivere una vita diversa.

VI ASPETTO GIOVEDì 22 OTTOBRE ALLE 18.30 SU INSTAGRAM @BIBLIOTERAPIAITALIANA

2 risposte

  1. Christine Treille ha detto:

    Buongiorno,

    Mi dispiace aver perso la diretta di questa appassionante discussione. Ma fortunatamente c’è la registrazione.
    Giulia de Rocco è una persona allo stesso tempo semplice e profonda e anche molto pratica con un’ esperienza che ti permette di entrare nel mondo carcerario in modo diretto e senza fronzoli per farti capire moltissime problematiche. Una persona stupenda!
    Il rieducare un carcerato oltre a non interessare la politica non interessa neanche la gente in generale. Anzi, “mettiamolo dentro e buttiamo la chiave” è il leitmotiv.
    I giornali presentano le cose spesso in modo scandalistico o giudicante impendendo al pubblico di ragionare da solo e con criterio.

    Avete parlato della dimensione culturale del “rieducare”, infatti spesso c’è bisogno di educare ancora prima di ri-educare. Credo tuttavia che oltre alla mancanza di literacy ci sia anche una sfera emotiva totalmente inesistente anche qui da sviluppare.
    Un libro che ho trovato eccezionale nel descrivere questa povertà emotiva che porta poi alla violenza e al carcere …o alla morte è “Ciò che inferno non è” di A. D’Avenia. Non sapendo riconoscere le loro emozioni, non sapendo metterci un nome sopra, i ragazzi si esprimo, reagiscono con l’unica che conoscono che è la rabbia che poi sfocia in violenza. Nel libro l’autore mostra come Don P.Puglisi riesca grazie al rispetto in primis poi a l’amore, all’interesse genuino e disinteressato verso questi bambini di un quartiere estremamente disagiato di Napoli a far crescere in loro sentimenti mai provati, mai riconosciuti. Inoltre coinvolge nel suo “lavoro” un ragazzo dei quartieri bene che non aveva nessuna idea dell’esistenza di questi problemi.

    Credo dunque che effettivamente la biblioterapia in carcere possa molto ma bisognerebbe lavorare su la società in generale e qui….è molto più complicato!

    Un grande grazie a tutti e due.

    Christine

    • Marco Dalla Valle ha detto:

      Grazie Christine, devo dire che questo libro di D’Avenia non l’ho letto, forse varrebbe la pena per me prenderlo in mano. Libri sulla questione della vita carceraria sono particolari e mi chiedo quanti sono quelli che non conosco. Forse tra i lettori del blog qualcuno conosce qualche libro particolare da consigliare.

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