biblioterapia scuola

Biblioterapia a scuola: un’esperienza

Sono stato invitato al liceo classico “Maffei” di Verona dagli studenti in occasione delle giornate di autogestione. È stata un’esperienza molto interessante e tutt’altro che semplice. Ecco com’è andata.

Oneri e onori

Ho considerato l’invito a entrare a scuola in occasione delle giornate di autogestione degli studenti un grande onore. Non c’è stata alcuna mediazione da parte dei docenti, nessuna presentazione anticipata, né introduzioni con orientamenti specifici: solo studenti impegnati a organizzare e assistere. Ho gestito tutta la parte amministrativa con Matilde, una studentessa che purtroppo non ho potuto conoscere di persona.

A scuola, ragazzi e ragazze con magliette colorate coordinavano la situazione e io mi sono lasciato guidare. I docenti circolavano ed erano presenti agli incontri, ma restavano ben defilati, sorvegliando quasi senza farsi notare. È stato tutto davvero stimolante. Tuttavia, i miei tre interventi hanno richiesto un notevole impegno.

Tra biblioterapia e narrazione di sé

Il mandato ricevuto era parlare di sogni. Avevo circa un’ora e tre quarti a disposizione. Ho utilizzato la prima mezz’ora per spiegare cos’è la biblioterapia, dopo essermi presentato come relatore e aver raccontato il mio percorso personale; l’intento era rafforzare l’idea che letteratura e vita non siano elementi disgiunti, ma che la letteratura sia, a tutti gli effetti, uno strumento di vita.

In seguito, ho proposto dei testi per introdurre il concetto di “sogno” e le sue diverse accezioni, un compito tutt’altro che facile. La difficoltà principale risiedeva in un contesto che non si prestava naturalmente a una dinamica di laboratorio.

La sfida degli spazi e del corpo

Lavorare con 50 o 60 persone è una condizione che, di per sé, impedisce lo svolgimento di un’attività di biblioterapia canonica. Tuttavia, pur consapevole che gli obiettivi raggiungibili fossero limitati, ho preso il microfono e ho cercato di dialogare con i ragazzi. Dopo aver capito che il filo mi limitava nei movimenti, l’ho abbandonato e, con una buona spinta diaframmatica, ho iniziato a proiettare la voce per farmi sentire da tutti.

Non amo le cattedre, nemmeno nei contesti scolastici e anche quando devo tenere una conferenza. Stare fermo non mi si addice: ho un’espressività comunicativa piuttosto ampia e sono convinto che, se le parole servono per parlare, il corpo debba comunicare e aiutarmi nel lavoro di biblioterapia. Devo confessare che non è stato semplice, ma mi ha dato molta soddisfazione.

L’importanza della vicinanza

Due degli spazi in cui ho lavorato erano ampie zone comuni dove i ragazzi sedevano su lunghe file di sedie. Il terzo spazio era un’aula, piuttosto affollata ma circoscritta. In quest’ultima situazione ho ottenuto i risultati migliori, e non credo sia un caso. Nonostante fossimo in tanti, il contatto visivo era possibile e le “vie di fuga” erano poche.

La maggior parte dei ragazzi non ha parlato, il che è normale: in gruppi numerosi si dialoga solitamente con i più intraprendenti, mentre il facilitatore è impossibilitato a intercettare e coinvolgere i più ritrosi. Nei piccoli gruppi, guardarsi negli occhi può essere un potente stimolo al dialogo; nei grandi gruppi è quasi impossibile. In questo caso, a fungere da catalizzatore è stata la vicinanza fisica. L’assenza di spazi vuoti, la stanza gremita e la scelta di non pormi dietro la cattedra sono stati elementi che hanno favorito un dialogo maggiore e uno scambio proficuo.

Che ne è dei sogni?

Parlare di sogni con i giovani non è difficile, ma è sconfortante. Sconfortante per loro. Ci sono sempre meno ragioni per sognare e loro l’hanno capito bene. L’obiettivo della loro vita sembra già orientato a un lavoro che garantisca l’indipendenza economica; non paiono intenzionati a correre rischi per raggiungere qualcosa di più alto.

Sono ragazzi educati a perseguire la concretezza e a rifiutare qualsiasi colpo di testa. Ma mi chiedo: se non possono sbagliare a 15, 16, 17 o 18 anni, quando dovrebbero farlo? E sbagliare cercando di inseguire un sogno, per quanto astratto, difficile o quasi irraggiungibile, è davvero un errore?

Una riflessione per gli adulti

Incontrare questi ragazzi è stato davvero bello. Vedere gli organizzatori, riconoscibili dalle magliette colorate, mentre indicavano, accompagnavano e pianificavano, mi ha trasmesso fiducia. Stare in un liceo classico mi ha fatto sentire in un luogo dove la biblioterapia potrebbe avere un ruolo speciale.

Tuttavia, come adulto, mi sono chiesto se siamo consapevoli che le nostre paure stanno tarpando le ali ai giovani. Si parla tanto della fragilità estrema delle nuove generazioni, incolpando la società e i social media: siamo proprio sicuri che noi adulti non c’entriamo nulla?


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