giornata infermiere

Libri per la Giornata internazionale degli infermieri 2026

Giovedì 28 maggio terrò un seminario al corso di laurea in Infermieristica destinato a circa 200 studenti del secondo anno. Parlerò loro di biblioterapia, naturalmente, e lo farò non solo per la diffusione della disciplina in un ambito in cui ho operato per trent’anni, ma anche con il desiderio di contribuire, nonostante io non viva più le corsie degli ospedali, affinché sia possibile sentirsi orgogliosi di essere infermieri.

Dalle santificazioni inutili alla realtà di oggi

Verso la fine della prima pandemia da Covid-19, mentre mi preparavo a lasciare il mio lavoro da infermiere, sono stato chiamato a partecipare a un volume collettaneo per parlare della situazione vissuta in ospedale. Avevo già contribuito con una intervista sul Corriere del Veneto, confessando pensieri e preoccupazioni.
Nel capitolo scritto nel volume, analizzavo lo stato della professione alla luce della grave emergenza, che chiamava gli infermieri di ogni settore a mettere il massimo delle proprie competenze al servizio della cittadinanza. Oggi rileggo la parte finale del mio contributo e mi trovo a riflettere:

“Ma se questo cambiamento continuerà a non avvenire – e al momento non sembra vi sia la volontà di agire in tal senso – nessuno si stupisca se, per quanto li si chiami ‘eroi’, talvolta per gli infermieri è così difficile sorridere.”

Sono passati sei anni da quello scritto. Le iscrizioni al corso di laurea in infermieristica sono sempre più scarse. Si continua a proclamare lo stato di emergenza per la carenza di di professionisti mentre chi è in servizio opera in condizioni di crescente difficoltà. Mi chiedo: a cosa è servita la “santificazione” degli infermieri e dei medici durante il Covid?

L’etica della cura tra narrativa e realtà

Non ho mai guardato i medical drama in televisione, mi è sempre bastato quello che vivevo personalmente in corsia. Ho sempre però cercato libri che parlassero della professione in termini umani ed etici. Il primo che ho incontrato è stato Piccole grandi cose di Jodi Picoult. Picoult è una scrittrice con una caratteristica ben precisa: i suoi romanzi parlano sempre di dilemmi etici. Lo fa con uno stile tipicamente americano, tra tribunali e avvocati, ma scavando anche nell’intimità delle persone e dei problemi.
Questo libro parla di una infermiera afroamericana che ha come paziente una suprematista bianca che le proibisce, insieme al marito, di avvicinarsi per qualsiasi motivo al figlio appena nato. Tuttavia, nel momento in cui il bambino sta male e l’infermiera esita a invervenire, la situazione diventa critica.
Al di là della trama, è interessante osservare come la professione infermieristica venga vista la nel mondo anglosassone. Ci sono aspetti che ci dividono da quel mondo e altri che ci accomunano. Nel nostro Paese si fatica a comprendere che gli infermieri sono professionisti, non missionari, e che sono esseri umani, con fragilità e dignità da tutelare. Elementi, questi, che talvolta non vengono tenuti nel debito conto, innescando a tutta una serie di conseguenze.

Il valore della professione oltre gli stereotipi

Nella letteratura, la figura dell’infermiere ricopre quasi sempre un ruolo di secondo piano, raramente quello di protagonista. Nell’ambito delle biografie, questo accade ancora meno di frequente. Di cosa è fatta la speranza di Emmanuel Exitu rappresenta, in questo senso, una eccezione davvero interessante.
Nel 1943, Cicely è un’allieva infermiera al terzo anno quando, in un campo ospedale da campo per soldati che giungono dal fronte, acquisisce la consapevolezza di quanta sofferenza inutile patiscono i malati in fase terminale. Da quella consapevolezza nascerà la volontà di creare un luogo di cura dedicato, facendo dando vita ai primi hospice.
Sebbene Cicely debba diventare medico affinché le sia permesso di realizzare il suo progetto, il suo spirito da infermiera permarrà per tutto il romanzo. Chi, come me, ha studiato infermieristica nelle scuole professionali, ritroverà in queste pagine uno spirito ben noto in quegli anni. E, seppure in forme diverse, presente anche nelle giovani leve.

Conclusioni

Confesso che quando ho smesso di fare l’infermiere (non di esserlo, perché lo si rimane per tutta la vita), dopo aver superato l’esperienza della pandemia e aver ascoltato i colleghi raccontare come avevano affrontato le ondate successive, speravo di essermi sbagliato. Speravo che finalmente la professione venisse riconosciuta nel suo ruolo, nelle sue condizioni contrattuali e nel trattamento economico. Nulla di tutto questo è accaduto; nemmeno una maggiore considerazione da parte della società.

Allora, l’invito a leggere questi libri, dunque, non è tanto rivolto ai miei colleghi, che quella realtà la abitano ogni giorno, quanto a chi fatica ancora a vedere nell’infermieristica un’attività intellettuale, riducendola a mero lavoro esecutivo. Si tende a dimenticare che, quando il medico non c’è, a riconoscere segni e sintomi critici non è un commesso specializzato; che a iniziare una manovra di rianimazione o a preparare un defibrillatore non è un docente; e che a stringere la mano a un paziente terminale, sostenendo il peso del dolore dei suoi cari, non è un bancario. È un professionista della cura: una figura che deve governare competenze scientifiche e gestire tempeste emotive per il solo scopo di restare, umanamente e tecnicamente, al fianco di chi soffre.

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