miti da sfatare sulla biblioterapia

Miti da sfatare sulla Biblioterapia

La biblioterapia sta finalmente uscendo dalla nicchia, ma come ogni attività multidisciplinare porta con sé una buona dose di fraintendimenti. Per fare vera divulgazione è necessario smontare alcune credenze comuni che rischiano di sminuirne il valore o, al contrario, di travisarne il funzionamento.
Vediamo sette dei miti più diffusi e come stanno davvero le cose dal punto di vista professionale.

Mito 1: Solo i classici fanno bene

Si tende a pensare che per curare l’anima servano necessariamente i grandi monumenti della letteratura mondiale. Non è così. Il valore di un testo non si misura sulla sua longevità accademica, ma sulla sua capacità di risuonare con il vissuto della persona in quel preciso momento. Inoltre, va sempre considerato il concetto di accessibilità al testo, ovvero la capacità della persona di farlo risuonare in sé. La biblioterapia tiene conto del background di ognuno e dà la possibilità a tutti di utilizzarla, anche chi non è in grado di accedere ai classici. Senza contare che non è detto che anche una persona plurilaureata trovi aiuto per forza in un classico.

Mito 2: Tutti i libri fanno bene indistintamente

L’idea che leggere faccia sempre e comunque bene è affascinante, ma scientificamente imprecisa. Un libro non è un oggetto neutro: muove emozioni, risveglia ricordi e può toccare nodi scoperti. Proporre il testo sbagliato alla persona sbagliata, o nel momento sbagliato del suo percorso, può generare resistenze profonde o un carico emotivo difficile da digerire. La scelta del testo richiede criteri di applicazione precisi, competenze, professionalità. Ognuno può scegliere i libri per sé e va sembre bene. Ma quando si consigliano libri in funzione biblioterapeutica per altri, si compie un atto che richiede responsabilità, deontologia ed etica.

Mito 3: Leggere da soli è già biblioterapia

La lettura individuale è un’attività meravigliosa per il benessere e il relax, ma non è biblioterapia. I libri hanno sempre fatto bene, sono sempre stati strumenti di autoanalisi, riflessione e allargamento dei propri orizzonti. La biblioterapia è qualcosa di più: l’utilizzo della lettura come strumento avvicinato ad altre tecniche e a setting differenti. Riunisce le diverse possibilità dei libri e li utilizza per raggiungere obiettivi. Tutto questo non accade con una lettura completamente autonoma. Di sicuro, accade comunque qualcosa di bello e unico, perché leggere è sempre meraviglioso e salvifico. Ma non è biblioterapia. Senza questo processo di elaborazione e confronto, rimane una splendida esperienza di lettura solitaria.

Mito 4: La biblioterapia non ha studi a supporto

Questo è un errore puramente informativo. La biblioterapia poggia su decenni di ricerca scientifica, clinica e accademica. Esistono trial clinici controllati, metanalisi e protocolli strutturati che ne misurano l’efficacia in vari contesti, anche se la ricerca qualitativa è la maggiormente utilizzata. Certamente la strada da percorrere è ancora lunga e ci sono dei limiti nello studiare come i libri agiscono nella biblioterapia, ma i frutti della ricerca a nostra disposizione ci dice già molto

Mito 5: I libri specifici riguardo un problema specifico non sono biblioterapia

C’è la tendenza a credere che la saggistica mirata o i manuali siano esclusi dalla disciplina. Al contrario, questi testi costituiscono la spina dorsale del modello internazionale noto come Books on Prescription. La ricerca scientifica dimostra che i libri focalizzati su un problema specifico sono strumenti estremamente efficaci, lineari e facili da monitorare per dare sollievo e risposte pratiche.

Mito 6: La biblioterapia è solo una terapia medica

Associare la parola terapia solo all’ambito clinico o psichiatrico è riduttivo. Accanto alla biblioterapia clinica esiste la biblioterapia dello sviluppo o umanistica. Questa seconda anima si rivolge a persone che non affrontano patologie, ma che attraversano transizioni di vita, crisi di crescita, cambi di carriera o che desiderano semplicemente migliorare la propria autoconsapevolezza in contesti educativi, sociali o aziendali.

Mito 7: Solo la narrativa e la poesia servono alla biblioterapia

Se da un lato la finzione e il verso poetico attivano la catarsi e i processi metaforici più profondi, dall’altro lato non hanno il monopolio del percorso. Graphic Novel, albi illustrati, ma anche l’arte come mezzo narrativo offrono quella struttura, quella razionalizzazione e quegli strumenti logici che talvolta i romanzi e le poesie da soli non possono dare, integrando perfettamente il lavoro di crescita e cura.

Comprendere la distinzione tra i vari modelli permette di passare da una visione puramente romantica della lettura a una pratica strutturata, scientifica e professionale, capace di rispondere ai bisogni reali delle persone. Perché se la biblioterapia è fondata sulla magia dei libri, i libri devono essere utilizzati nel migliore dei modi per realizzarla.

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