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Leggere la libertà: storia, democrazia e cura della Repubblica Italiana

Il 2 giugno del 1946 l’Italia compiva una scelta storica. Per la prima volta, dopo gli anni bui della dittatura, della guerra e del trauma collettivo, i cittadini e le cittadine, grazie al definitivo riconoscimento del suffragio universale, venivano chiamati alle urne. Quest’anno celebriamo gli ottant’anni della proclamazione della Repubblica Italiana. Se guardiamo a questa data attraverso la lente della biblioterapia, ci accorgiamo che la nascita della Repubblica non è stata solo una svolta politica, ma un gigantesco e corale processo di guarigione e ricostruzione interiore.

Nel 1946 l’Italia doveva rimettere insieme i pezzi non solo delle sue città distrutte, ma anche delle anime dei suoi abitanti. In questo percorso di elaborazione del trauma, le parole e i libri hanno avuto un ruolo terapeutico fondamentale.

La Costituzione come “testo di cura” collettivo

La nostra Carta costituzionale non è solo il pilastro giuridico del Paese, ma è anche un’opera letteraria straordinaria. Fu scritta da intellettuali, giuristi, poeti e resistenti dopo la proclamazione della Repubblica e pesarono ogni singolo termine. Sapevano che, dopo la violenza del fascismo, le parole dovevano essere usate per curare, proteggere e ricostruire la dignità umana e i diritti violati.

Articoli come l’articolo 3 (sull’uguaglianza e la rimozione degli ostacoli) o l’articolo 9 (sullo sviluppo della cultura e della ricerca) possono essere letti come veri e propri principi di self-care collettivo. Nella biblioterapia sappiamo che la parola giusta ha il potere di lenire e dare senso al dolore. Potremmo pensare alla Costituzione come la prima, grande “ricetta biblioterapeutica” somministrata a un’Italia ferita per ricordarle come ritrovare la salute mentale e sociale?

La letteratura della Ricostruzione: elaborare il trauma

Il secondo dopoguerra coincise con un’incredibile fioritura letteraria. Scrittori e scrittrici come Italo Calvino, Natalia Ginzburg o Primo Levi, ma anche Giorgio Bassani, Beppe Fenoglio e Cesare Pavese sentirono il bisogno impellente di scrivere, e gli italiani quello di leggere. La narrazione, infatti, era l’unico modo per elaborare l’orrore vissuto e, prima ancora, di testimoniarlo. Questo filone viene definito Letteratura della Resistenza, e servì non solo a elaborare il trauma, ma anche ad ammettere i limiti che avevamo come società.

Vi propongo alcuni titoli tra quelli che ho amato di più:

  • Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino;
  • Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani;
  • I ventitré giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio;
  • La casa in collina di Cesare Pavese.

Lettura e scrittura hanno avuto una duplice valenza negli anni Quaranta del Novecento e per tutti gli anni Cinquanta. Spesso gli scrittori erano stati partigiani in prima persona, quindi, anche laddove c’era la finzione letteraria, si trattava in realtà di una testimonianza vera e propria. Chi leggeva si sentiva visto e riconosciuto per quello che aveva fatto per la libertà. Tutti gli altri potevano comprendere cosa fosse accaduto e guardare avanti. Allo stesso tempo, leggere o sentir parlare della Costituzione, un libro nuovo e speciale, permetteva di mettere a fuoco ciò che si desiderava per il futuro del Paese.

Leggere è un atto di libertà (e di cittadinanza)

Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta in una consultazione politica nazionale: fu un atto di emancipazione immenso. La libertà di pensiero e l’autodeterminazione, però, si alimentano ogni giorno, ed è qui che si inserisce il potere della lettura. Chi sapeva leggere poteva esercitare il diritto di voto e la partecipazione civica in modo più consapevole. Non dimentichiamo che, sebbene molti capolavori della letteratura siano nati nei primi anni della Repubblica, l’obbligo scolastico fino alla terza media è stato istituito solo nel 1962, grazie alla legge n. 1859 del 31 dicembre, entrata ufficialmente in vigore il 1° ottobre 1963. Ecco perché l’accesso ai libri e alla lettura non era così diffuso e ancor oggi sembra faticare a diventare per tutti un bene essenziale.

Se la Costituzione italiana è il libro che ha permesso la realizzazione della Repubblica a partire dal quel 2 giugno 1946, non possiamo dimenticare chi l’ha scritta. Oggi, dopo anni in cui si ricordavano solo i padri costituenti, si inizia finalmente a parlare delle madri costituenti. Tra loro c’era Nilde Iotti, che ricordo in televisione sullo scranno della presidenza della Camera dei deputati e che ho riscoperto in un libro affascinante scritto da Luisa Lama, dal titolo Nilde Iotti. Una storia politica al femminile. Un testo che consiglio a chiunque voglia scoprire una donna moderna ed emancipata, in tempi in cui non era facile esserlo neppure per le donne di sinistra.

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