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In questa puntata affrontiamo le resistenze e lo scetticismo nell'avviare progetti di biblioterapia sul territorio. Spazio a sostenibilità economica, modelli di business e alla differenza tra approccio clinico e dello sviluppo. Infine, analizzeremo la narrazione poco realistica dei social per capire come fare rete in modo autentico.
Ho ascoltato questo podcast per caso, su consiglio di un’amica. Sono una docente di sostegno specializzata per la scuola secondaria di primo grado, laureata in Filosofia e Scienze Filosofiche, abilitata anche per l’insegnamento di Italiano, Storia e Geografia al primo e al secondo grado.
Ho sempre amato i libri e li ho sempre trovati terapeutici. Ammetto la mia ignoranza, non conoscevo questa branca. Sono certa che se esistesse un corso universitario nella facoltà di Pedagogia, Scienze dell’educazione o Scienze della formazione primaria denominato Biblioterapia, in ogni ateneo andrebbe per la maggiore anche nelle scuole soprattutto nella sua variante di Biblioterapia dello sviluppo, tramite progetti d’equipe in collaborazione con mediatori interculturali, docenti di sostegno, pedagogisti dello sviluppo e clinici ed educatori. I ragazzi, soprattutto adolescenti, hanno bisogno di risposte in quest’epoca di incertezze e quale strumento migliore dei libri? Se ci fossero più libri, forse ci sarebbero meno coltelli. Se i ragazzi riuscissero a riconoscere il proprio disagio, a verbalizzarlo, a conoscerne le radici storiche, culturali e sociali, ci sarebbe meno violenza. Ma come è possibile arrivare all’autoconsapevolezza, all’autocoscienza, a questa profondità di pensiero, se il linguaggio non si nutre di lettura… Io credo nella profonda interrelazione tra pensiero e linguaggio e, mi rendo conto che con le parole stanno scomparendo tante sfumature utili per dare un nome alle cose, stanno scomparendo mondi come direbbero Shapir e Whorf. Ora è tutto bianco o nero, bello o brutto ecc. Il problema è culturale: la lettura sta diventando qualcosa di elitario e di poco popolare soprattutto tra i ragazzi, relegato a circoli letterari. I ragazzi riescono a trascorrere tutta la scuola del primo ciclo senza leggere un libro che non sia un manuale/sussidiario scolastico. E soprattutto non riescono a comprendere neanche testi elementari. L’aggettivo “clinico”/”clinica” genera sempre un po’ di distanza in tutti i contesti… Lo stigma anche verso coloro che si rivolgono agli psicologi e a ciò che lo richiama, anche lessicalmente, è ancora troppo comune. Si preferisce ancora una dimensione terapeutica spicciola; ci si rifugia in un drink e si vomitano le proprie frustrazioni addosso agli amici, forse in questo caso SATC docet, purtroppo… Io trovo le stesse resistenze verso la Philosophy for children e verso la consulenza filosofica di matrice fenomenologica (ho avuto modo di approfondire il pensiero di Edith Stein, il concetto di empatia e i limiti dell’IA in tal senso). Se le interessa, provi a contattare l’associazione interculturale Arcoiris di Quartu Sant’Elena (CA) e la Biblioteca dei ragazzi di via Dante di Quartu Sant’Elena, credo potrebbero essere interessati a dei progetti di questo tipo. Con questo semplice podcast, mi ha affascinata. Approfondirò senz’altro la Biblioterapia